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Giardini per il futuro

Quando si pensa a un bel giardino, a un giardino-giardino, il più delle volte ci si rifà a un modello storico che risale al passato remoto: da Boboli a Versailles, per arrivare al XX secolo, con il giardino di Vita Sackville West a Sissinghurst, ad esempio.

E ci si ferma lì. E’ raro che a un giardiniere venga in mente il Garden Museum di Isamu Nogouchi a New York o il parco di Duisburg nord, sorto sulle ceneri dell’acciaieria Thyssen nel bacino della Ruhr. Peccato. Non perché abbia una qualche utilità pratica: ciascuno fa il suo mestiere.

Il giardiniere dilettante, quando decide d’intervenire sul proprio giardino, al massimo sceglie quali alberi usare per la siepe e, di solito, non si pone il problema della siepe in sé e per sé, della sua funzione, delle alternative possibili, etc etc .
Domandarsi se un giardino domina il luogo, vi si adegua o se dal luogo è generato è invece lavoro degli architetti paesaggisti, che di struttura, e non solo di fiori ed arbusti, si occupano. E il libro Giardini per il futuro racconta – e fa vedere - tantissime realizzazioni di parchi pubblici, recuperi di aree dismesse, giardini privati progettati in giro per il mondo.

Così, si intravede una relazione tra il prosaico lavoro del giardiniere e quello dell’architetto e dell’artista.
E si viene colti dal desiderio di usare questo libro anche per quello che non è: una guida, magari non sistematica come quelle del Touring, ma estremamente interessante, per futuri viaggi alla scoperta dei giardini moderni.

Guy Cooper e Gordon Taylor, Giardini per il futuro, Logos edizioni